L’ Avis Comunale di Casier ha una storia che comincia paradossalmente prima della sua nascita.
Quando Valerio Giuriati contattò il presidente di Treviso Comm. Pietro Guaita proponendogli di formare anche a Casier un’ Avis comunale, trovò sorprendentemente delle resistenze, proprio da parte di colui che si vantava di essere il padre-fondatore di quasi tutte quelle esistenti in provincia.
Orgoglio più che giustificato se si considera che il loro numero superava le ottanta unità.
Ricordo l’amarezza di Valerio di fronte a queste resistenze che io non capivo e che mi turbavano visto l’entusiasmo che lo perdeva.
Quando su mio consiglio fu presentata una richiesta sottoscritta da una dozzina di Avisini, vista la tenacia e l’entusiasmo di costoro, Guaita cedette perché capì che quest’ Avis avrebbe avuto un futuro più che roseo e dignitoso.
Non si pentì perché quel primo sparuto gruppo in breve tempo si moltiplicò grazie all’entusiasmo e all’intraprendenza dei singoli ma anche perché trovò la disponibilità e la sensibilità della comunità e la collaborazione sia del Comune che delle Parrocchie.
Il seguito è più noto.
Ritengo però che sia giusto far conoscere le origini di questa Avis per rendere onore a chi tanto si adoperò prima della sua nascita con tanti sacrifici ed intelligenza.

Antonio Cauzzo


Capita che qualche volta venga richiesto di raccontare o scrivere la propria esperienza, o un piccolo fatto che poi ti coinvolge per parecchi anni della tua vita.
Questo mi è stato richiesto dalla sezione Avis di Casier in occasione del trentennale della sua costituzione; all’epoca facevo parte del gruppo fondatore.
Quando nell’anno 1977 l’indimenticabile amico Valerio ebbe questa idea di costituire un gruppo di donatori anche a Casier, fui interpellato, e aderii con entusiasmo a questa iniziativa, in quanto ero socio effettivo all’Avis di Treviso, dal 1970.
Ma la richiesta di una donazione di sangue mi fu fatta molto prima quando un amico e collega, a seguito di un grave incidente fu ricoverato all’ospedale di Padova e doveva subire un intervento necessitando di sangue.
Non esitai nel rispondere di si, ed assieme ad altri colleghi ci recammo a Padova; era la mia prima donazione, e strada facendo molte perplessità insorsero: svenimento, paura di non farcela, qualche complicazione, ma poi tutto questo non accadde, anzi dentro di me cominciò a crescere un proposito di donare il sangue con continuità: essere avisino.
Ad accelerare questa mia decisione fu un dialogo con un amico di famiglia che mi esternava il suo rammarico per non poter più donare il sangue per raggiunti limiti d’età, mi venne spontaneo dirgli: non preoccuparti prendo io il tuo posto.
Aspettavo la scadenza trimestrale per poter donare il sangue: a chi?
Non era importante saperlo, si dona e questo basta per sentirsi gratificato.
Questa esperienza mi maturò per altre opportunità di servizio alla comunità, nel 1974 con la legge sui decreti delegati nelle scuole, per la costituzione del gruppo donatori avisini a Casier nel 1978, più avanti alla partecipazione attiva in ambiti amministrativi, e parrocchiali etc.
Ora ho smesso di donare il sangue ma sono contento che i miei figli hanno preso il mio posto.
 

Cavallaro Agostino


Ricordo che appena entrato in pensione – tra le varie iniziative che intrapresi per impiegare il mio tempo – ci fu quella di entare nell’AVIS.
Da tempo nutrivo il desiderio di diventare avisino, per poter donare un po’ del mio sangue, gratuitamente, anonimamente, a quelli che ne avrebbero avuto bisogno. Non nascondo che all’inizio iscrizione e procedure di donazione mi procuravano un certo imbarazzo, perché non sapevo bene come muovermi.
All’epoca a Dosson a far propaganda in favore dell’AVIS c’era un barbiere, Valerio Giuriati – che tutti conoscevano con il sopranome de Il lepre, per il suo fare sbrigativo!
Il Lepre alla sua attività professionale affiancava con successo quella di procacciatore di donatori, che spesso si premurava di accompagnare in visita al centro trasfusionale di Treviso. Nella sua piccola ed angusta botteguccia di Via Peschiere teneva un tavolino che, tra i vari attrezzi professionali, ospitava depliants e moduli di iscrizione dell’AVIS. E fu proprio con uno di questi moduli – che il buon Valerio mi fece riempire . che entrai nell’associazione. Nell’occasione mi vennero fornite anche tutte le informazioni da seguire (dieta da seguire, orari, ecc..) per la trasfusione che mi accingevo a fare.
Mi recai di buon mattino al centro trasfusionale di Treviso e, dopo una visita accurata, fui ritenuto “idoneo” alle donazioni. Mi fecero stendere su un lettino, pronto per la trasfusione. Un’infermiera molto gentile si occupò di me. Non nascondo che all’epoca ago e sangue mi procuravano una certa apprensione con conseguente capogiro. Per cui evitai di guardare l’ago che mi infilavano nel braccio , puntualmente si presentavano dei problemi: mi trovai in un bagno di sudore; e l’infermiera - molto premurosa – vedendomi tutto pallido in volto, mi portò un bicchiere d’aranciata e tutto passò.
Questo inconveniente si presentò diverse altre volte, finchè un giorno trovai come ovviare al problema: bastava che, durante la donazione, scambiassi due parole con il medico o l’infermiera – per distrarmi un po’ – ed il problema era risolto. Quel giorno tornai a casa raggiante, e se inizialmente andare alle trasfusioni era un piccolo sacrificio, ora me ne sentivo pienamente appagato. E nell’onda di questo entusiasmo, con mia massima gioia, entrò nell’AVIS anche mia moglie.

Giovanni Tellatin